L’ultima messa

Lo immaginavano tutti, che quella sarebbe stata l’ultima messa nella cattedrale di Santa Sofia: si poteva leggere il terrore negli occhi dei partecipanti, per la prima volta insieme, ortodossi e cattolici.

Maometto II, il sultano, da un paio di giorni aveva ordinato di sospendere i tiri di quel suo micidiale cannone, che lentamente – ma inesorabilmente – stavano sgretolando le imponenti mura di Costantinopoli, sotto assedio da settimane.

Una sosta prima dell’attacco finale.

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Mamma li Turchi

“Mamma li Turchi!”, urlavano a squarciagola ad Otranto in quell’estate del 1480, quando migliaia di pirati sbarcati dalle loro veloci navi posero l’assedio alla città e si diedero a violenze – ricambiate – di ogni genere.

I corsari barbareschi, nelle loro molteplici varietà – magrebini, turchi, cristiani convertiti – per secoli furono il terrore non solo delle città costiere, ma anche di qualsiasi nave si fosse trovata ad incrociare le loro, in mare aperto.

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Primo maggio

Sopra ci stava il popolo grasso, che erano i borghesi che avevano fatto i soldi, i padroni; e sotto ci stava il popolo magro, cioè la plebe, i salariati, i lavoratori senza diritti, insomma.

Il malcontento di questi ultimi cresceva, cresceva, covava sotto la cenere, si trasformava in risentimento, in odio verso chi li privava non solo della possibilità di riunirsi in associazioni di categoria, ma anche di entrare in politica per cercare di migliorare le proprie condizioni.

Era maggio, come ora, e uno di questi operai decise che era giunta l’ora di ribellarsi a queste infami condizioni di lavoro. Radunò gli altri lavoratori più sfruttati, promosse uno sciopero, cercò di organizzare una sorta di fratellanza fra tutti loro, per far sentire la propria voce.

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Indisciplinato lo era

Indisciplinato lo era, indubbiamente. Ripreso più volte dal locale consiglio ecclesiastico, vuoi per il suo comportamento indecente, vuoi perché ogni tanto alzava le mani, un giorno Alexander Selkirk pensò che l’unica cosa che avrebbe potuto fare nella vita sarebbe stata quella di imbarcarsi e diventare un corsaro.

Essere corsaro tuttavia non era mica una cosa così riprovevole, nel Settecento! Lo si faceva legalmente, per così dire. Le navi ricevevano una “lettera di corsa” e con questo documento qualsiasi capitano poteva trasformare la propria imbarcazione in una nave da guerra, al servizio di qualcuno, e di conseguenza attaccare le navi nemiche.

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C’era la guerra anche allora

C’era la guerra anche allora, ma non c’erano i social, e di conseguenza non c’erano neppure tutti gli esperti che in questi giorni dispensano sentenze, giudizi, consigli e previsioni, con la stessa facilità e sicurezza con cui ci si confronta sulla ricetta per fare la carbonara, e questa è una polemica che mi potrei risparmiare, ma quando volano le bombe non ce la faccio proprio a disquisire, sarà un mio limite.

C’era la guerra anche allora, dicevo, che poi sarebbe passata alla storia col nome altisonante di Grande Guerra del Nord, e chissà come passerà alla storia quella che si sta combattendo qui accanto, ma soprattutto chissà se ci sarà una storia tra qualche tempo, che magari rimarranno solo le formiche dopo un conflitto atomico, ma guarda se dovevo avere anche questa preoccupazione.

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Ognuno rimane con il proprio cognome

Chissà cosa avrà risposto mia madre a questa cartolina proveniente dall’Africa. Mio padre le domandava se avevo cominciato a camminare da solo – facendo i conti dovevo avere un anno e tre mesi – e poi mandava tanti baci a me e mia sorella.

E’ certo però che leggendo la parte destra della cartolina, là dove lui le dava il proprio cognome, la tenerezza della parte sinistra sarebbe rimasta un po’ in disparte.

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Alla fine degli anni Novanta

Alla fine degli anni Novanta è arrivato internet a casa mia, e con esso la possibilità di visitare posti e incontrare persone che non conoscevo e che forse non avrei mai potuto conoscere direttamente.

Un giorno, mosso dalla curiosità, ho preso un posto a caso negli Stati Uniti, Lockytown, una piccola cittadina assolata del Nebraska, e ho cercato ogni riferimento possibile ad essa. Ho trovato un giornale locale, il “Locky Chronicle”, che allora si poteva sfogliare gratuitamente e ho preso l’abitudine quotidiana di leggerlo, senza mai smettere. Nel corso delle settimane, dei mesi e degli anni, tante cose di quella piccola città mi sono diventate così familiari.

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2022

Si trovava così nei guai, Guglielmo III d’Inghilterra, con tutti quei debiti, che non sapeva più dove trovare i soldi per ripianarli. Con le tasse, certo, ma ci voleva anche fantasia, perché mica tutti le volevano pagare. E poi l’imposta sul reddito era doppiamente odiata, perché – dicevano – far sapere agli altri, il proprio reddito personale, toglieva privacy ai cittadini.

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“Io non volevo scrivere questa biografia”

Intervistato dal Corriere a proposito del libro che racconta la storia della sua vita, “Volevo essere Marlon Brando (ma soprattutto Gigi Baggini)”, Alessandro Haber ha raccontato come è nata l’idea della sua biografia.

“Io non volevo scrivere questa biografia. Lo consideravo un esercizio troppo autocelebrativo e poi tutto sommato non mi andava di scavare così a fondo nella mia vita, nelle pieghe dei miei conflitti. Non mi sentivo pronto. Poi invece con la pandemia ho avuto modo di ripensarci e ho capito che la mia storia in qualche modo riguardava tutti, perché mi interessava arrivasse ai lettori in maniera sincera e senza vergogna. Questo libro è stato il mio abbraccio con il pubblico.”

“Volevo essere Marlon Brando (ma soprattutto Gigi Baggini)”
di Alessandro Haber e Mirko Capozzoli
Baldini + Castoldi, 2021

Mica era facile come oggi

Mica era facile come oggi.

Tanto per cominciare, nelle farmacie si stava tutti insieme, tra sconosciuti, appoggiati al bancone, e tutti sentivano tutto. Potevano essere supposte, farmaci contro l’impotenza – che forse non esistevano ancora – oppure semplicemente preservativi, quelli per cui noi adolescenti si entrava, ma la privacy andava a farsi fottere, giusto per rimanere in tema. E ti sentivi tutti gli occhi puntati addosso, tra la riprovazione generale.

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Chissà a cosa pensi

Chissà a cosa pensi, mentre ti vesti come il tuo re, in quella torrida giornata d’agosto, forse pensi di morire, forse speri di no, ma l’idea non è stata tua, tu ti sei soltanto adeguato, magari lo fai con gioia, o forse con terrore, ed è un attimo, che già ti devi lanciare nella mischia, che battaglia quella giornata, e come ti guardano, sembri il tuo re, questo devi fare, e tutti ti danno addosso, ma tu ti difendi a più non posso, e quando proprio non ne puoi più, è il momento di morire, che è quello che dovevi fare, che dispiacere morire d’estate, ma te lo ha chiesto il tuo re, e i nemici che babbei, si mettono a festeggiare, perché pensano di aver vinto, di averlo ucciso, ed è in quel momento che invece hanno perso, che arriva davvero il re, quello originale, e la sorpresa è grande, tu sei morto per lui, e lui invece vivrà, e chissà come ti ricorderà.

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La battaglia era nella fase più cruenta

La battaglia era nella fase più cruenta, sotto al castello che da un momento all’altro poteva cadere nelle mani del nemico. Improvvisa, una sciabolata colpì il capitano nel petto, ed egli si accasciò con un gemito di dolore. I suoi soldati gli si fecero attorno, per proteggerlo e soccorrerlo. Quelli più vicini, si chinarono su di lui, gli aprirono la camicia per valutare la ferita, e forte fu la loro sorpresa, nel vedere che il loro capitano era una donna. Quell’uomo con cui avevano condiviso anni di fatiche e di battaglie, non era un uomo, era una donna!

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Il Canto degli Aretini

È un piccolo giardino recintato, tra via di Ripoli e via Accolti, a Firenze. Vi si passa accanto distrattamente, e quasi non lo si vede, circondato com’è da un bidone per la raccolta differenziata, un parchimetro e magari qualche bicicletta appoggiata di lato.
Saranno pochi metri quadrati.
In mezzo c’è una colonna, con una lapide.
I Fiorentini però lo conoscono bene, e gli Aretini ancora di più. Quel giardinetto infatti è ufficialmente territorio del Comune di Arezzo, pur essendo in centro a Firenze.
Furono proprio i primi a darlo ai secondi, nel lontano 1289, chiedendo loro di occuparsi per sempre della sua manutenzione.
E così è stato, da allora.

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Il più grande aereo del mondo

Lui era il più grande scrittore proletario dell’epoca, si chiamava Maksim Gorkij, e da poco avrebbe festeggiato quarant’anni dall’inizio della sua produzione letteraria. Come celebrarlo? Costruendo il più grande aereo del mondo e chiamandolo come lui. Pazzesco!

Era il settembre del 1932: l’Unione Sovietica voleva mostrare al mondo le sue capacità industriali, ma costruire un aereo del genere non sarebbe stato uno scherzo, occorrevano soldi, tanti soldi, e allora si promosse una raccolta fondi che coinvolse tutta la popolazione.

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Ricordi dimenticabili

Bisognava andarci piano, con quelli da 24 che finivano subito, ma anche quelli da 36 non è che durassero chissà quanto, più o meno durante una gita scolastica terminavi il primo rullino che ancora eri a cazzeggiare in fondo al pullman, e la bottiglia impietosa girava, girava, ma non si fermava mai dove avresti voluto.

Firenze, o Roma, o San Marino, erano ancora lontani e tu dovevi scartare il secondo rullino e infilarlo in quella kodak che ti avevano regalato per la Cresima e che ancora funzionava in maniera accettabile, restituendo dopo qualche giorno un pacchetto di fotografie che scorrevi velocemente, prima di infilarle in un portafoto di plastica, avendo cura di buttare in fondo a qualche cassetto della tua camera i negativi, che regolarmente andavano persi per sempre, ma tanto a cosa potevano servire, il presente era impegnativo, ma il futuro era soltanto una fantasia lontana.

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Certo, l’invenzione era davvero utile

Certo, l’invenzione era davvero utile, ma in quei giorni non potevano lontanamente immaginare che tutti i miei contatti di Facebook sicuramente l’avrebbero usata non dico una volta, ma più di una volta!

Anzi, sono abbastanza sicuro del fatto che tutti i miei contatti di Facebook ne abbiano un esemplare in casa e forse i miei colleghi guide di AIGAE Associazione Italiana Guide Ambientali Escursionistiche come me ne tengono uno anche nello zaino, che fa piacere quando incontri qualcuno con la suola staccata e gliela rimetti a posto.

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Vorrei scrivere

Vorrei scrivere di re Artù e di Guglielmo Tell, dello jus primae noctis e della paura dell’anno mille, della papessa Giovanna e di Alberto da Giussano, un bel libro di storia dedicato alle persone che non sono mai esistite ed ai fatti che non sono mai avvenuti.