I pensieri partivano presto: bastava un mal di gola un po’ più ostinato del solito, che non passasse nei due o tre giorni tradizionali, per farmi salire la paura. E quella paura diventava vero e proprio terrore quando il medico – chissà perché, io me li ricordo sempre anziani – decideva che era arrivato il momento della penicillina per debellare il morbo.
Apriti cielo. I pianti che precedevano il giorno del giudizio, quello della fatidica iniezione, erano solo l’antipasto della cascata di lacrime che avrebbe anticipato e seguito la dolorosa operazione.
Nei giorni precedenti mamma provava, timidamente, ad alleggerire il tormento con la promessa di un gioco o di un giretto consolatorio. Ma non sortiva grandi effetti: la paura dell’ago era più forte di qualunque premio.
All’ora designata, il suono del campanello faceva impennare i battiti del mio cuore. E il muscolo della gamba cominciava già a farmi male, come se volesse abituarsi in anticipo. Entrava la suora con un sorriso che io, da bambino, sentivo beffardo, e con una valigetta di cuoio: da lì spuntavano gli strumenti della tortura, disposti sul tavolo della cucina con una calma meticolosa.
Una siringa di vetro enorme – così la ricordo – con un ago di metallo altrettanto enorme, chissà quanti fondoschiena aveva già attraversato, veniva immersa in un pentolino d’alluminio. Poi il pentolino finiva sul fornello e l’acqua cominciava a bollire: bisognava sterilizzare.
Io intanto aspettavo in camera l’esecuzione della pena, sdraiato sul letto, rigido come uno stoccafisso. Una postura che certo non avrebbe facilitato la trapanata sul gluteo.
Entravano entrambe: la suora e mamma. La prima col solito sorriso beffardo, la seconda con un’ombra di commiserazione. E in pochi attimi, zac!: tutte le stelle della volta celeste mi esplodevano davanti agli occhi, l’urlo di Tarzan rimbalzava negli appartamenti vicini, la penicillina iniziava la sua battaglia contro i batteri e la mano di mamma cominciava a massaggiare la parte dolorante.
«Ci vediamo fra trenta giorni», diceva a mamma la suora, che – terminato il suo lavoro, ai miei occhi decisamente sadico – accettava una banconota per i poveri e ripartiva verso il successivo appuntamento con qualche sventurata persona. Con un ago che era inevitabilmente un pochino più consumato di come l’avevo appena conosciuto io.
Poi sarebbero passati gli anni. Sarebbe arrivato il Pic Indolor (“Già fatto?!?”), la tecnica avrebbe fatto miracoli: siringhe usa e getta, aghi sottili, una puntura che quasi non la senti.
A questo pensavo stamattina, mentre una gentile infermiera mi infilava l’ago nel braccio e, sorridendo, si scusava: «L’ago è finito sotto la vena». Sembrava sollevata quando l’ho rassicurata dicendole che non avevo sentito alcun dolore.
Mi era appena passato quello di cinquant’anni fa.



























