Quante storie, dietro alle parole

Quante storie, dietro alle parol! Alcune nel corso dei secoli hanno cambiato completamente il loro significato.

Usiamo oggi il termine “manomettere” in termine negativo, quando vogliamo descrivere una forzatura, uno scasso, una modifica a qualcosa per danneggiarla, mentre un tempo indicava semplicemente le varie forme giuridiche per le quali uno schiavo otteneva la libertà. Era un momento bello, la “manumissio”!

Altre possono vantare una data di nascita precisa.

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La prima volta che ho sentito parlare di Mosè Bertoni

La prima volta che ho sentito parlare di Mosè Bertoni era il marzo del 1988, e avevo tra le mani un volumetto che ne narrava la vita, un dono che mi aveva fatto un amico massese di nome Paolo.
L’ultimo volta che mi è venuto in mente Mosè Bertoni è stata qualche settimana fa, mentre mi muovevo velocemente tra gli scaffali di un supermercato.

Mosè Bertoni era nato verso la metà dell’Ottocento in un piccolo villaggio di montagna della Svizzera Italiana. Appassionato di tante cose, studiò prima diritto, e poi biologia, senza però conseguire la laurea in botanica, che era la sua passione.

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Ottone Frangipane era un cavaliere

Ottone Frangipane era un cavaliere che un giorno, mentre si batteva contro alcuni ribelli nei pressi di Frascati, venne fatto prigioniero, messo in catene e rinchiuso in una torre.
Era il 1058.
La notte cercò conforto e intercessione pregando San Leonardo di Noblac, un santo molto venerato nel Medioevo, considerato oggi come allora il protettore dei carcerati.
Le preghiere non furono recitate invano, e lui si trovò miracolosamente libero.

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Ogni tanto mi capita di raccontare bugie

Ogni tanto mi capita di raccontare bugie. Sono per lo più bugie innocenti, magari per non far preoccupare qualcuno. Dico ad una persona cara che quello che sto per fare non è pericoloso, quando invece potrebbe esserlo. Oppure dico ad un escursionista che la salita che stiamo percorrendo sta per terminare, quando invece potrebbe durare ancora.
Per dire bugie più grosse bisogna impegnarsi di più, come fece Giuseppe Vella, la cui storia mi affascinò e che vorrei brevemente raccontare a beneficio di chi eventualmente non la conoscesse.

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Avrò avuto vent’anni

Avrò avuto vent’anni ed entrai in crisi. Non dormivo la notte, avevo l’ansia e paura di tutte le malattie presenti nell’enciclopedia medica di famiglia, la Garzantina.
L’università era un disastro, frequentavo Scienze Biologiche, e non capivo nulla di matematica, e come poteva essere diversamente, considerando che all’esame di maturità scientifica avevo consegnato in bianco il compito di quella materia.
Mia madre sentenziò: “Hai l’esaurimento nervoso perché non riesci negli studi”. Io andai da mio padre in salotto, gli annunciai “Ho l’esaurimento nervoso perché…” e prima di completare la frase lui mi disse “Buttati nello studio che ti passa”.
Io piuttosto mi sarei buttato dalla finestra, ma eravamo poco più che al piano terra e quindi per cercare di guarire andai da un famoso psichiatra locale.

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La battaglia che in queste settimane

La battaglia che in queste settimane stanno combattendo in Lombardia mi fa pensare a quello che devono aver vissuto, circa millecinquecento anni fa, gli abitanti di quei territori, quando viderono arrivare da est non un virus, ma gli invasori Longobardi (“uomini dalla lunga barba”).
Questi, entrati dal Friuli, poco a poco riuscirono a conquistare quasi tutto il nord Italia – Milano prima, Pavia dopo, che diventò anche la capitale del Regno Longobardo – e certo non andarono troppo per il sottile, soprattutto all’inizio.

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In questo periodo

In questo periodo ci poniamo tutti molte domande, e tante le scriviamo, mettendo in fondo alla frase un punto interrogativo.
Ogni cosa ha una storia, e anche i punti interrogativi ce l’hanno.
Per raccontarla, a beneficio di chi eventualmente non la conoscesse, bisogna tornare molto indietro, all’età di Carlo Magno, fra l’ottavo e il nono secolo, quando in una abbazia non troppo lontano da Parigi, Corbie, i monaci che quotidianamente si dedicavano alla realizzazione di manoscritti e miniature, cominciarono ad utilizzare una nuova forma di scrittura, che avrebbe poi avuto molto successo, arrivando praticamente fino a noi: la minuscola carolina.

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Partirono proprio oggi

Partirono proprio oggi, novant’anni fa.
All’inizio poche decine di persone, ma all’arrivo, ad aprile, erano ormai diverse migliaia.
“Ho chiesto in ginocchio pane, ma ho ricevuto pietre”. Con queste parole Gandhi promosse la famosa e simbolica Marcia del Sale, che si svolse per 24 giorni in maniera nonviolenta lungo i 320 km che separano Ahmedabad a Dandi, nello stato del Gujarat, in India.
Nonostante i colpi di sfollagente dei poliziotti inglesi, i manifestanti continuarono a camminare sostituendo quelli che venivano colpiti ed arrestati.
Arrivati finalmente alle saline, raccolsero simbolicamente una manciata di sale, per protestare contro il monopolio che ne deteneva l’Impero Britannico.
Qualche settimana dopo, anche Gandhi venne arrestato, insieme ad altre decine di migliaia di persone.
Ma la lotta per l’indipendenza dell’India non si fermò.

Probabilmente in Puglia

Probabilmente in Puglia in questo periodo hanno ben altro a cui pensare, ma se fossero state settimane più tranquille certamente avrebbero trovato il modo di celebrare i mille anni dalla scomparsa di Melo, che insieme a suo cognato Datto si resero protagonisti di una rivolta che i bizantini si ricordarono per un pezzo.
Il primo era nato intorno al 970, mentre il secondo una decina di anni dopo, entrambi a Bari. Di probabili origini longobarde, ma di cultura greca, di buona famiglia, insofferenti alla pesante imposizione fiscale del locale catapano (l’ufficiale bizantino che governava quel luogo), gli si ribellarono fra il 1009 e il 1010, lo fecero passare a miglior vita e per un po’ di tempo pensarono di aver risolto i problemi.

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