“Lei cosa ha, signora? Intanto firmi qui.”
“Sono stata tamponata.”
“Perfetto,” dice l’infermiere, allontanandosi col modulo in mano. Poi torna subito indietro, quasi imbarazzato, a precisare che con quell’aggettivo intendeva dire che aveva capito, non che fosse un bene essere stati tamponati.
Le ambulanze si susseguono una dopo l’altra: sembrano tante formichine indaffarate che portano semi nel loro nido. Arrivano soprattutto persone anziane, acciacchi dell’età, e qualche rara gioventù finita in piccoli incidenti.
Nella sala d’attesa del pronto soccorso, la sedia vicino alle macchinette del cibo e delle bibite è un posto privilegiato: si ascoltano storie, si guardano scene, si assiste a un variegato palcoscenico involontario.
C’è chi arriva facendo saltellare le monetine nel palmo mentre sceglie tra le opzioni; chi tiene già pronta una carta tra le dita; e chi, invece, prepara il telefono per accostarlo al display. Cambiano i metodi di pagamento, cambia l’età: ogni generazione ha il suo gesto.
Un grande adesivo sul distributore informa con sicurezza che la macchina dà il resto; una piccola scritta sul display sostiene l’opposto: resto non disponibile. Qualcuno non la legge, se ne va contrariato dopo aver pagato più del dovuto.
Il tramezzino numero 36, a un certo punto, rimane incastrato a mezz’aria, invece di precipitare nel cassetto. Un attimo di smarrimento, poi il distributore restituisce automaticamente i soldi: un gesto apprezzato. Va bene, prenderemo qualcos’altro.
E invece no.
Una signora robusta si alza, afferra il distributore con una sicurezza che non ammette repliche e lo inclina di quarantacinque gradi verso di sé, tra lo stupore generale. Il tramezzino si libera dalla scomoda posizione e cade finalmente nella vaschetta sottostante.
“Al lavoro facciamo sempre così,” dice, sorridendo.
La persona che aveva provato invano ad acquistarlo – e che era stata rimborsata – si ritrova così un tramezzino gratis tra le mani. La gente annuisce soddisfatta. “Così imparano,” mormora qualcuno, “con tutti i resti che si sono fregati.”
“Franceschini? I parenti di Franceschini?” Infermieri e infermiere entrano e chiamano congiunti per dare notizie di chi è in astanteria. A volte i cognomi si confondono: invece dei Franceschini arrivano i Farrettini. Ma l’equivoco dura poco: loro hanno portato nonno, mentre l’infermiere sta parlando di una ragazza.
Una signora rientra dopo aver parlato con un medico. Si avvicina a un uomo seduto, che le chiede: “Allora?”
“Vieni che ti dico,” risponde lei avviandosi verso l’uscita. Le lacrime cominciano a rigarle il volto.
“Posso tornare in campo fra un mese” comunica ai genitori un adolescente ancora in maglietta e calzoncini, con il braccio bloccato nel tutore. È più preoccupato per gli allenamenti che dovrà saltare e per quel derby importante a cui avrebbe voluto partecipare, che per il resto.
Un uomo che si muove a fatica, infila le monetine, ma mancano quaranta centesimi per pagare il tramezzino. Frugo nella tasca dei pantaloni per aiutarlo: ne ho soltanto trenta. Non bastano. Gli dico di non preoccuparsi, tiro fuori la carta e glielo pago io.
“A buon rendere,” mi dice con un accento che mi sembra spagnolo, mentre si siede vicino. Dopo aver mangiato, tira fuori dalla borsa un taglierino, fa scattare la lama, e mima il gesto di tagliare una gola. Magari non la mia, spero – io che gli ho offerto pure il tramezzino, dannazione. Poi richiude tutto, lo rimette via, si alza e se ne va.
Le ore trascorrono: a volte lente, a volte veloci. Otto o nove passate qui, tra dolori e sollievi, interrogativi e risposte. Ogni persona in questa sala ha un pensiero per qualcun altro che sta oltre il muro – quel muro che separa chi aspetta da chi viene visitato, chi sta bene da chi sta male. E ogni persona qui dentro ha un affetto che va e torna, da e verso qualcuno che è dall’altra parte. La sala d’attesa è piena di affetti di ogni tipo: trattenuti, rumorosi, discreti, stanchi.
Poi arriva finalmente il momento di andare via. Fuori è buio. Ci si incammina lentamente in questa precoce primavera, in questa grande città, scambiandoci notizie con un senso di sollievo.
E con il pensiero rivolto a chi è ancora lì.


























