Per la ricchezza e per gli onori

Le vicende che sta vivendo il nostro povero Paese in questi giorni sono davvero desolanti, e mi fanno tornare in mente un episodio che non so più se reale o leggendario, legato ad un vescovo vissuto intorno al XIII secolo, mi pare si chiamasse Gregorio Romano o giù di lì.
Il prelato, dopo aver trascorso l’intera esistenza al servizio della Chiesa, in punto di morte rifiutò l’estrema unzione, affermando – tra lo sbigottimento dei presenti – che non credeva in Dio.
“Ma come” – gli chiesero allora – “se è stato tutta la vita vescovo!”
“Ma l’ho fatto solo per la ricchezza e per gli onori!”, rispose sincero il buon Gregorio.

Sarà il mille e qualcosa

Sarà il mille e qualcosa, ed una notte non riesci a dormire, chissà perché, senti un rumore strano, ti affacci alla finestra, ma quelli sono saraceni!, ti stropicci gli occhi, sono proprio dei pirati!, e che ci fanno qua sotto, bisogna dare l’allarme, raggiungere i consoli, e allora corri, corri a perdifiato, riesci ad avvisarli, le campane suonano tutte, la gente si sveglia, oddio i saraceni!, sono sotto le finestre, prendi tutto quello che hai vicino e buttalo di sotto, volano sedie, tavoli, pezzi di ferro, oggetti, e chi più ne ha più ne metta e allora va bene anche il cibo, vola l’olio, vola la farina, e anche sacchi di ceci, e i saraceni scappano, e che gioia il giorno dopo, siamo salvi, ma che casino per le strade, c’è di tutto, e che fame, e questo cosa è, forse un miscuglio di farina di ceci e di olio, che si è rappreso al sole, sai che c’è, io la assaggio, ho una fame che non ci vedo, questa roba è deliziosa, forse stiamo vivendo in un sogno o in una leggenda, tu ti chiami Kinzica, sei una ragazza, stanotte hai salvato la città di Pisa e per caso è nata la farinata di ceci, dio che bontà.

La prima volta

La prima volta avevo solo sedici anni, la ricordo ancora benissimo, ricordo il piacere, ma anche l’imbarazzo e la vergogna; erano altri tempi, e pareva davvero strano. In ogni caso, da quel momento in poi, cominciai a vedere il mondo in un modo diverso.

L’ultima volta è stata ieri, l’imbarazzo e la vergogna sono passati, ormai sono un adulto, è rimasto il piacere, sebbene un po’ diverso. E’ una cosa che ti apre la mente, ti permette di vivere meglio, è come se ti desse una chiave di lettura delle cose, più incisiva e profonda.

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Che gli importava a lui della fine dell’anno

Che gli importava a lui della fine dell’anno.

Che poi non era una fine dell’anno qualsiasi, era la fine dell’anno novecentonovantanove, e dopo poche ore si sarebbe entrati nel mille.

Chissà se qualcuno era spaventato, di fronte ad una data simile. Mille e non più mille, avrebbe scritto secoli dopo Giosuè Carducci, alimentando una leggenda che in realtà non aveva alcun fondamento. La gente era spaventata? No, la maggior parte della gente nemmeno sapeva che giorno fosse, e anche quando si trattava di indicare la proprià età, tiravano un po’ a indovinare, che non si contava anno per anno, ma giusto per decennio. Avrà cinquant’anni, avrà quarant’anni circa, si diceva. Raramente, qualcuno indicava trentacinque, venticinque. Non si scendeva mai in questo grado di dettaglio.

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I cognomi

Il cognome paterno che per legge da solo ti porti dietro è implacabile, semina dietro di sé tutti quelli che lo hanno in qualche modo preceduto, che hanno contribuito a farti diventare quello che sei, e si prende un merito che ha solo in parte.

C’è tutto un miscuglio di persone che nelle decine e decine di anni precedenti sono state le origini della tua famiglia e il cui ricordo si perde col tempo.

Il tuo cognome si prende un diritto che non avrebbe, o per lo meno non avrebbe soltanto lui, è figlio di una convenzione che ci portiamo dietro e chissà per quanto tempo ancora sarà così. E anche se magari riuscissimo un giorno a conservare pure quello di mamma, sarebbero soltanto due i cognomi che per praticità ci portiamo dietro, e tutti gli altri si perderebbero per strada, sconfitti dalla sorte e dagli incroci dinastici.

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La Nave Bianca

Il comandante e proprietario della Nave Bianca si chiamava Thomas FitzStephen ed era orgoglioso di possedere una imbarcazione così veloce e moderna. Anche suo padre, che si chiamava Stephen FitzAirard, era stato capitano e proprietario di una nave che si chiamava Mora e che era stata al servizio di Guglielmo il Conquistatore.

Quella notte, novecento anni fa, il figlio Thomas FitzStephen pensò che sarebbe stato molto bello ospitare a bordo della propria nave il re Enrico I, che dalla Normandia doveva fare ritorno in Inghilterra. Purtroppo, il re aveva già organizzato il proprio rimpatrio a bordo di un’altra imbarcazione, e quindi declinò l’invito; ma suggerì che la Nave Bianca avrebbe potuto seguire la sua, ospitando il proprio figlio Guglielmo ed il resto della nobiltà che dovevano compiere lo stesso tragitto. E così fu.

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Una nave così grande non si era mai vista.

Lunga più di duecento metri, larga più di venti, una nave così grande non si era mai vista. Il suo progettista, Isambard Kingdom Brunel, era un ingegnere che accettava tutte le sfide che gli si ponevano davanti: aveva costruito ponti, ferrovie, gallerie, e figuriamoci se non sarebbe stato in grado di costruire la nave più grande del mondo.

D’altra parte, se si voleva navigare a vapore dall’Inghilterra all’India, da qualche parte il carbone bisognava metterlo, e di spazio ce ne voleva tanto. La navigazione sarebbe stata assicurata da due gigantesche pale, ma poi c’era anche un’elica aggiuntiva, e come se non bastasse, pure delle vele, che non si sa mai ci fosse stato bisogno anche del vento.

In alto, svettavano ben cinque fumaioli; in basso, un doppio fondo lungo tutta la chiglia, che le garantiva una grande sicurezza.

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Otmar di San Gallo

In questo periodaccio di ospedali, ospedali da campo, ospedali chiusi, ospedali da costruire, insomma, ogni tanto mi viene in mente la Svizzera, che nel mio immaginario è la patria delle cliniche dove ci si cura meglio, e chissà se è vero, ma comunque mi dà l’occasione per raccontare un’altra storiella.

L’edificio più antico nella storia della medicina svizzera è un lebbrosario che, insieme ad un ospedale e ad un ricovero per i poveri, venne costruito da un monaco di origine alemanna, di nome Otmar, che fu nominato nel 719 primo abate dell’abbazia di San Gallo, dalle parti del lago di Costanza.

Era un monastero piuttosto ricco di terre, e alla originale regola diciamo così “irlandese”, fu costretto poi a seguire quella benedettina, senza che questo comportasse chissà quali conseguenze.

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Da qualche parte, nel mare di Sumatra

Era esattamente l’11 novembre di ottanta anni fa, da qualche parte, nel mare di Sumatra. Si accorsero dell’inganno solo all’ultimo, quando ormai era troppo tardi.
Qualcuno morì. E forse, prima di morire, si rese conto che il prezioso carico che trasportavano era ormai passato in mani nemiche.
Gli ordini erano stati chiari: non soltanto gli undici sacchi di posta erano classificati come “top secret”, ma fra questi ce n’era uno decisamente più piccolo, ma molto più prezioso, tanto da meritarsi la classificazione ulteriore di “altamente confidenziale”. Non doveva assolutamente diventare preda dei tedeschi, e in caso di pericolo, andava gettato in mare.
Ma non fecero in tempo, i marinai americani della Automedon, a gettare il prezioso carico in acqua. Erano stati abbordati con l’inganno dalla nave corsara tedesca Atlantis, e quando si accorsero del trucco, era ormai troppo tardi.
Quando pensiamo ai corsari, ci vengono in mente storie di molti secoli fa, Francis Drake, i galeoni, i forzieri pieni di tesori. Ma i corsari sono sempre esistiti e nella Seconda guerra mondiale la marina tedesca li seppe utilizzare al meglio.
Fra le navi corsare, una delle più famose fu proprio l’Atlantis. Andava in scena utilizzando molte livree diverse, poteva sembrare una nave mercantile, un postale, una nave passeggeri, o chissà quante altre. Pare che fossero addirittura 26 le scenografie utilizzabili.
Nella sua stiva, era contenuto materiale che non avrebbe sfigurato nel miglior teatro del mondo, dalle finte bandiere ai finti fumaioli, fino ai finti costumi per l’equipaggio. L’Atlantis mostrava un un aspetto mansueto, ma poi, carpita la fiducia della nave nemica, voilà, sfoderava i cannoni, le divise, la bandiera di guerra, e colpiva, colpiva duro.
Cosa c’era scritto in quei documenti sottratti? C’era scritto fra l’altro che le forze alleate, nel Pacifico, probabilmente non sarebbero state in grado di opporsi ai giapponesi, in caso questi avessero attaccato pesantemente le basi americane. Da qui, era nata l’idea definitiva di colpire Pearl Harbor con tutte le sue conseguenze.
L’Atlantis andò in scena molte altre volte, in vari mari del mondo. Circa un anno dopo questo episodio, era il novembre del ’41, ebbe luogo la sua ultima rappresentazione. Prese le sembianze di una nave olandese, il Polyphemus. Ma la nave inglese alla quale si stava accostando, fiutò l’inganno, si rese conto della sua falsa identità, e la colpì a cannonate, facendola affondare.
Era sceso definitivamente il sipario sulla nave un po’ teatro e sui suoi marinai un po’ attori.