Questa cosa dell’Unesco ci sta sfuggendo di mano.
Stanno validando di tutto.
Li immagino in un ufficio super comodo, chissà dove, mentre controllano le mail, con le varie richieste, e a turno esclamano cose del tipo “L’aria del Canada”, “Le lavatrici da incasso”, “Gli zoccoli di sughero”, “Le calamite sui frigoriferi”, “Il primo bacio”, “Il mare della Polinesia” e quando la richiesta è accattivante, esclamano “sìììììì!” e inizia la procedura di accettazione. Che ha un costo, e che costo! Fior di quattrini vengono pagati dagli Stati per sostenere l’Unesco, e la voce di spesa più alta di quest’ultimo – manco a dirlo – è quella del personale e dei viaggi per le verifiche. Insomma, se spendono 30 milioni per la tutela, ne spendono 300 per chi ci lavora.
Si va dalla falconeria alla pizza, dalla dieta mediterranea alla coltivazione della vite a Pantelleria, dalla città di Ivrea alle macchine dei santi, ma piano piano ci entrerà tutto, compreso il WD-40, ne sono sicuro.

