Giornata mondiale dei legumi

“Con la riforma di Carlo Magno sia le abbazie che i grandi feudi avevano dato impulso a nuove colture, e il X secolo è stato definito come il secolo pieno di fagioli. L’espressione non va presa alla lettera perché i fagioli che conosciamo noi arriveranno solo con la scoperta dell’America, e l’Antichità conosceva al massimo i fagioli detti dell’occhio. Ma l’espressione è esatta se il termine fagioli sta per i legumi in genere, e il X secolo aveva visto, con profondi mutamenti nella rotazione delle colture, una coltivazione più intensa di fave, ceci, piselli e lenticchie, tutti legumi ricchi di proteine vegetali.

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Avevo compiuto da poco sei anni

Avevo compiuto da poco sei anni, cinquant’anni fa, e mica lo sapevo che in Svizzera le donne non potessero ancora votare.

Mia mamma votava eccome, e anche le mie zie, e le mie nonne pure. Mi sembrava una cosa così normale!

Ma in Svizzera no, non lo si poteva ancora fare. E nemmeno potevano essere elette, le donne.

In Svizzera!

Il 7 febbraio 1971, dopo 100 di lotta femminista, le donne svizzere ottengono il diritto di votare e di essere elette.

Era la vigilia di Pasqua del 1523

Era la vigilia di Pasqua del 1523.

Katharina, nascosta tra i barili di aringhe che il mercante Koppe trasportava con il proprio carro, fuggiva finalmente dal monastero della Sassonia in cui suo padre, alcuni anni prima, l’aveva rinchiusa.

Era rimasta orfana di madre in tenera età, ed egli aveva pensato che un monastero benedettino prima, ed uno cistercense dopo, sarebbero stati per lei la soluzione migliore. Lì Katharina aveva imparato a leggere, a scrivere, e a sedici anni aveva preso i voti.

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A cosa servono le ragazze

What girls are good for.
A cosa servono le ragazze.

Era il titolo di un articolo piuttosto maschilista che apparve su un quotidiano di Pittsburgh, negli Stati Uniti, all’incirca nella seconda metà dell’Ottocento.

Una ragazza, dopo averlo letto, prese carta e penna e replicò sdegnata alle tesi del suo autore. Le parole che lei usò, colpirono così tanto l’editore del giornale, che dopo averne pubblicato la lettera, decise di rintracciarne l’autrice, per conoscerla.

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Per la ricchezza e per gli onori

Le vicende che sta vivendo il nostro povero Paese in questi giorni sono davvero desolanti, e mi fanno tornare in mente un episodio che non so più se reale o leggendario, legato ad un vescovo vissuto intorno al XIII secolo, mi pare si chiamasse Gregorio Romano o giù di lì.
Il prelato, dopo aver trascorso l’intera esistenza al servizio della Chiesa, in punto di morte rifiutò l’estrema unzione, affermando – tra lo sbigottimento dei presenti – che non credeva in Dio.
“Ma come” – gli chiesero allora – “se è stato tutta la vita vescovo!”
“Ma l’ho fatto solo per la ricchezza e per gli onori!”, rispose sincero il buon Gregorio.

Sarà il mille e qualcosa

Sarà il mille e qualcosa, ed una notte non riesci a dormire, chissà perché, senti un rumore strano, ti affacci alla finestra, ma quelli sono saraceni!, ti stropicci gli occhi, sono proprio dei pirati!, e che ci fanno qua sotto, bisogna dare l’allarme, raggiungere i consoli, e allora corri, corri a perdifiato, riesci ad avvisarli, le campane suonano tutte, la gente si sveglia, oddio i saraceni!, sono sotto le finestre, prendi tutto quello che hai vicino e buttalo di sotto, volano sedie, tavoli, pezzi di ferro, oggetti, e chi più ne ha più ne metta e allora va bene anche il cibo, vola l’olio, vola la farina, e anche sacchi di ceci, e i saraceni scappano, e che gioia il giorno dopo, siamo salvi, ma che casino per le strade, c’è di tutto, e che fame, e questo cosa è, forse un miscuglio di farina di ceci e di olio, che si è rappreso al sole, sai che c’è, io la assaggio, ho una fame che non ci vedo, questa roba è deliziosa, forse stiamo vivendo in un sogno o in una leggenda, tu ti chiami Kinzica, sei una ragazza, stanotte hai salvato la città di Pisa e per caso è nata la farinata di ceci, dio che bontà.

La prima volta

La prima volta avevo solo sedici anni, la ricordo ancora benissimo, ricordo il piacere, ma anche l’imbarazzo e la vergogna; erano altri tempi, e pareva davvero strano. In ogni caso, da quel momento in poi, cominciai a vedere il mondo in un modo diverso.

L’ultima volta è stata ieri, l’imbarazzo e la vergogna sono passati, ormai sono un adulto, è rimasto il piacere, sebbene un po’ diverso. E’ una cosa che ti apre la mente, ti permette di vivere meglio, è come se ti desse una chiave di lettura delle cose, più incisiva e profonda.

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Che gli importava a lui della fine dell’anno

Che gli importava a lui della fine dell’anno.

Che poi non era una fine dell’anno qualsiasi, era la fine dell’anno novecentonovantanove, e dopo poche ore si sarebbe entrati nel mille.

Chissà se qualcuno era spaventato, di fronte ad una data simile. Mille e non più mille, avrebbe scritto secoli dopo Giosuè Carducci, alimentando una leggenda che in realtà non aveva alcun fondamento. La gente era spaventata? No, la maggior parte della gente nemmeno sapeva che giorno fosse, e anche quando si trattava di indicare la proprià età, tiravano un po’ a indovinare, che non si contava anno per anno, ma giusto per decennio. Avrà cinquant’anni, avrà quarant’anni circa, si diceva. Raramente, qualcuno indicava trentacinque, venticinque. Non si scendeva mai in questo grado di dettaglio.

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I cognomi

Il cognome paterno che per legge da solo ti porti dietro è implacabile, semina dietro di sé tutti quelli che lo hanno in qualche modo preceduto, che hanno contribuito a farti diventare quello che sei, e si prende un merito che ha solo in parte.

C’è tutto un miscuglio di persone che nelle decine e decine di anni precedenti sono state le origini della tua famiglia e il cui ricordo si perde col tempo.

Il tuo cognome si prende un diritto che non avrebbe, o per lo meno non avrebbe soltanto lui, è figlio di una convenzione che ci portiamo dietro e chissà per quanto tempo ancora sarà così. E anche se magari riuscissimo un giorno a conservare pure quello di mamma, sarebbero soltanto due i cognomi che per praticità ci portiamo dietro, e tutti gli altri si perderebbero per strada, sconfitti dalla sorte e dagli incroci dinastici.

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