Quello che segue è il testo di una intervista che mi è stata fatta dalla giornalista Mirella Camera, apparsa sul settimanale "Club 3", nel numero di agosto 2001.
Non è un commissario né un detective, ma entra in fibrillazione ogni volta che apre un nuovo "caso": passa al setaccio i documenti, segue le tracce anche impalpabili che il tempo ha disseminato qua e là, fiuta gli indizi e non li molla anche se lo trascinano in giro per l'Italia. Non è un archeologo, ma scava nel passato esaminando e catalogando con cura gli oggetti che ne emergono: una vecchia spilla, una lettera d'amore, un dentino avvolto in una velina: ciascuno avrà il suo posto, come frammenti di un vaso da ricomporre. Non è un giornalista ma, registratore alla mano, intervista per ore e ore i suoi testimoni: li ascolta, li incoraggia, li provoca; poi riversa tutto quanto dal registratore al computer, attento a mantenere tutta la fragranza di quelle storie. E non è nemmeno uno scrittore, se per caso vi è venuto il sospetto, anche se alla fine qualcuna di queste vicende prende la forma di un libro. Più spesso un cd-rom con testi, foto e persino musiche. Marcello Paolocci è uno storico che, invece di lavorare in università o in qualche fondazione, fa il libero professionista. La sua è una vera passione: come un collezionista, va a caccia di storie minori e le raccoglie. Sognando, col tempo, di fare un grande archivio dove tutti possano liberamente servirsi dei ricordi altrui e portare i propri per costruire insieme una storia comune, che non è quella dei libri ma quella della vita. Sembra una fiaba di Gianni Rodari, ma Paolocci ci crede e ha già cominciato. Club3 lo ha intervistato per saperne di più.
Prima di tutto parliamo del suo lavoro. Chi sono i suoi clienti?
Privati, famiglie o aziende. Persone che vogliono raccontare la propria vita o quella della famiglia e pubblicarla. Oltre al classico libro biografico propongo anche l'uso di cd-rom, perché il digitale permette di poter salvare materiali diversi: suoni, scritti, immagini. Si possono inserire le foto di famiglia, ma anche un vecchio passaporto, una pagella, un certificato. E, volendo, pure una canzoncina o un racconto diretto. Soprattutto è un mezzo continuamente aggiornabile, grazie ai cd-rom riscrivibili.
Come avviene la ricerca?
Finché si va indietro a metà '800 è una cosa abbastanza semplice, ci sono i registri dello stato civile, si tratta di due o tre giornate di lavoro. Prima di quella data diventa più interessante, ma anche più lunga: bisogna consultare gli archivi parrocchiali, con i quali si può andare a ritroso fino al Concilio di Trento, quando fu stabilito di scrivere i battesimi, le nascite, i matrimoni e lo Stato delle anime, che significa notizie varie sulla famiglia e a volte anche un po' di pettegolezzo. Però l'albero genealogico è solo una parte di base, tecnica: ci sono molte società che lo fanno. Io invece faccio un'altra cosa: utilizzo i vari elementi che emergono da queste ricerche per fare un'indagine e individuare una storia.
Come si sente ad entrare in vicende personali come quelle di una famiglia?
Per me è il momento più eccitante, quando si apre questa porta sul passato: mi trovo in una situazione a metà tra la storia, l'investigazione e il romanzo. Mi sento un po' come un medico o un confessore, e ne ho coscienza: bisogna trattare questo materiale con grande serietà e molta delicatezza. L'incontro avviene di solito a casa di queste persone, c'è la fatidica ex scatola di biscotti dalla quale viene fuori una massa di foto e documenti, insieme a tutte quelle piccole testimonianze che sanno raccontare molte cose: articoli di giornale, medaglie, ricordini, menù di matrimoni, riccioli o dentini di bimbi, lettere d'amore. E naturalmente ci sono le rituali lacrime della persona che racconta… Una cosa è certa: il passato non è mai banale per me: trovo sempre cose curiose se non avvincenti.
Quanto può venire a costare un lavoro così?
Poco, meno di un abito da cerimonia. Lavoro da solo anche se mi piacerebbe tantissimo creare una piccola squadra, insegnare la ricerca ai giovani, dividere i compiti. Ci vuole un po' di fiuto, proprio come un lavoro di investigazione. Per esempio, c'è una foto di gruppo: quella è bisnonna. E gli altri? Chi sono? Perché stanno lì quel giorno? Perché hanno deciso di farsi fotografare?
Cos'è il Progetto Memoria?
Il Progetto Memoria vuole salvare le storie finché ci sono i testimoni e quindi metterle a disposizione di tutti, utilizzando anche Internet. Chiunque poi potrà fare eventualmente un lavoro storico di verifica e di ricerca su qualche spunto importante. E' indispensabile mettere in salvo i ricordi.
Perché ha avviato questo progetto?
L'idea mi è venuta nel '98 dalla constatazione che la perdita di memoria storica sta impoverendo la nostra società e minando le radici delle generazioni più giovani. Le nuove generazioni non si rendono conto di come si viveva un tempo, che le cose normali che oggi usiamo le dobbiamo alla fantasia, al sacrificio e al lavoro delle generazioni precedenti. Inoltre l'uso di Internet e del digitale permette di salvare anche le immagini e rende il materiale disponibile a tutti; inoltre dà la possibilità di tenersi in contatto fra ricercatori e informarsi a vicenda.
Ha già cominciato a raccogliere il materiale?
Ho una cinquantina di storie. Qualche volta i Comuni mi commissionano delle ricerche locali e ne approfitto per intervistare gli anziani del paese con un mandato autorevole. Altre volte li cerco direttamente io, ma devo superare la loro diffidenza perché è alquanto bislacco che uno ti fermi per la strada e ti chieda di ascoltare i tuoi ricordi. Sono giustamente diffidenti. Superato il primo sbarramento, però, ogni volta è una bellissima esperienza: sono stupiti che qualcuno si interessi alle loro storie. A chi altri potrebbero raccontare queste cose? E' un'occasione unica. Infatti alla fine mi ringraziano perché, ripercorrendo le tappe della loro vita, ne escono emozionati e rivitalizzati. E' così benefico che potrebbe essere adottato come una sorta di terapia sociale.
Quindi ricordare fa bene?
Ne sono convinto. Anzi, mi piacerebbe prendere contatto con le case di riposo e proporre come animazione una iniziativa: fotografare il passato attraverso i racconti degli ospiti e fare insieme il libro di quella casa di riposo con tutte le storie dei suoi abitanti. Questi luoghi sono degli enormi depositi di memoria, basterebbe scavare un po'. Ma non solo: credo anche al carattere positivo, sociale e terapeutico di un'operazione di questo genere.
Per esempio?
Qualche anno fa mi venne commissionata una biografia da una signora piemontese di 82 anni che aveva dei problemi di salute e di memoria. Bene, ho lavorato con lei per sei mesi e alla fine mi ha detto che si è sentita ringiovanita perché ogni giorno aveva un obiettivo: ricordare una vicenda, buttare giù due appunti, cercare una foto, telefonare a un'amica per approfondire dei particolari. Insomma aveva qualcosa per cui valeva la pena di alzarsi la mattina e darsi da fare.
Un impegno lungo… Ma può farcela da solo?
No, infatti. Mi piacerebbe molto mettere in piedi una piccola équipe di persone che mi aiutino, ma con passione. Non puoi ascoltare e basta, devi anche chiacchierare un po', magari bere un bicchiere di vino. Poi c'è la trascrizione: in media tre ore per ogni ora di racconto. Inoltre gli anziani sono persone delicate, a volte fragili, spesso si commuovono: devi rispettarli, essere paziente e non prevaricare. Questo genere di incontri per loro sono una vera fatica, è un parlare intenso: i ricordi smuovono dentro cose sepolte, non è come parlare della partita. E infine bisogna prepararsi un po', non si può andare lì senza sapere nulla del paese e delle vicende principali della sua storia.
Che sensazione ha ricavato dalle interviste?
Non vorrei fare della sociologia spicciola, ma mi sembra che si considerino dei perdenti. Probabilmente non riescono a gestire questa modernità, si sentono spiazzati e guardano allibiti a quello che c'è oggi. La dimensione del tempo è radicalmente cambiata: allora se succedeva qualcosa se ne parlava per un anno. Adesso ogni giorno succedono eventi e sappiamo bene il peso che ricevono. E poi si sentono un po' messi da parte.
Cos'ha scoperto di nuovo facendo questo lavoro?
Che c'è tanto positivo nelle persone, più di quanto ci si possa aspettare. La cosa che mi meraviglia è la grande capacità di adattamento alle situazioni difficili, ai problemi, alle difficoltà: se le confronto con la nostra generazione non riesco a capacitarmi. Non voglio fare il solito discorso banale dei giovani d'oggi viziati però queste persone che hanno dai 70 ai 90 anni hanno superato delle difficoltà e dei problemi proprio per vivere, ogni giorno, dalla mattina alla sera. Non so se questa capacità è conservata anche in noi e se eventualmente ci trovassimo in una situazione del genere potremmo tirarla fuori, ma io trovo sorprendente il modo di riuscire ad arrangiarsi in situazioni gravissime e farne una normalità; uscire con una ragazza, giocare, studiare, lavorare mentre il tuo Paese va in pezzi. Rimango sempre stupito per l'inventiva, la capacità di superare gli ostacoli. Per me ogni intervista è una lezione di vita enorme, ogni volta imparo qualcosa.



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